Borjes, fine di un legittimista
L’avventura di Borjes sta concludendosi. Il comitato borbonico e il generale Clary non inviano gli aiuti promessi al suo arrivo in Calabria, ma solo inutili e ridicoli ordini. Con i mezzi del solo spagnolo e dei suoi compagni di avventura, la sollevazione al fine del ripristino della monarchia è impossibile. L’alleanza con il brigante Mittica prima e con il brigante Crocco dopo, fallisce per diversi ideali, nonché per tattiche di combattimento completamente diverse. Le spie francesi di Napoleone III e quelle piemontesi seguono il condottiero o lo precedono addirittura durante il tentativo di organizzare l’impresa per la quale è stato chiamato, impedendone o tentando di impedire un esito positivo. De Langlois e il vice console Leon Rotrou sono impegnati il primo ad esautorare le capacità di comando di Borjes, nonché la credibilità presso Crocco inquinandone i rapporti, il secondo nello spingerlo verso il suo tragico destino tendendogli una trappola. Invece di incontrare il brigante Chiavone che attendendolo nella Valle Roveto, a Capistrello, lo avrebbe aiutato a passare il confine e a ritrovarsi al più presto nello Stato Pontificio, Borjes, pensando che sia una strada più controllata rispetto ad altre dal nemico perché più rapida verso il confine, cambia il suo itinerario. Il suo scopo è rientrare a Roma al più presto per informare Francesco II dell’insuccesso della campagna, chiedere aiuto ed eventualmente riprendere l’impresa in un secondo tempo. Sceglie dunque un cammino più lungo ma probabilmente più sicuro, avanza scegliendo il percorso man mano decidendo di abbandonare definitivamente l’itinerario prefissato. Il suo intento è raggiungere la Marsica, negli Abruzzi. I piemontesi e la Guardia Nazionale sono sempre alle calcagna ma il legittimista riesce sempre a depistarle, muovendosi con estrema rapidità e, superando vari blocchi, tra cui Scurcola Marsicana, giunge infine a Tagliacozzo. La salvezza è vicina e prosegue dunque verso Sante Marie. E’ ormai a poche miglia dal confine, ma la stanchezza sua e dei suoi uomini è immensa. Nello scorgere un casale che si rivela vuoto nella Valle di Luppa, si affretta ad entrare con i suoi uomini, con la speranza di trovare riposo, sfuggire al freddo e ristorarsi. La scelta si rivela pessima in quanto è sulla proprietà dei baroni Mastroddi. Qualcuno avvisa il maggiore Franchini, che si trova nei paraggi, della presenza di un gruppo di uomini. Questi interviene immediatamente e i nostri sono perduti. Lo stesso Franchini, in un suo rapporto al comando generale delle truppe di confine racconta l’epilogo della vicenda: “Erano le 10 antimeridiane quando giungevo alla cascina Mastroddi e al mio avvicinarmi nulla mi dava indizio che essa fosse occupata dai briganti quando ad una cinquantina di metri da questa vedo fuggire un uomo armato. Lo raggiungo e gli sbarro la strada. I miei bersaglieri si lanciano dietro di me ma il malfattore, visto che la sua fuga veniva impedita, mi pone la bocca della sua carabina sul petto. L’arma non spara e così anche la mia non fallì il colpo in testa che lo stese in terra. I bersaglieri si raggrupparono intorno a me a colpi di baionetta ne uccidono quanti ne trovano fuori e circondano il casale. I briganti, avvisati, si difendono accanitamente e dopo mezz’ora di combattimento, minaccio di dar fuoco alla casa. Questi rifiutano ostinatamente la resa. Il tutto era per risparmiare la vita ai miei uomini. Non potei che appiccare il fuoco e solo dopo questo i banditi si arresero. Borjes comprende che tutto è perso e, per non perdere altri compagni, fa innalzare una bandiera bianca”. Franchini è con il suo luogotenente Staderini e insieme invitano ad uscire lo spagnolo e i suoi uomini. Borjes si illude che Franchini, anche se nemico, sia un ufficiale corretto. Solo quando consegna la spada e chiede onorevoli patti, si accorge che il maggiore non è un gentiluomo. Egli respinge l’arma che Borjes gli porge. Per Franchini non è un prigioniero politico, bensì un malfattore, un brigante, un delinquente da trattare con spietatezza insieme a coloro che con lui hanno combattuto per il diritto della legittimità. Il Cerri racconta che i prigionieri, legati due a due, vennero portati a Tagliacozzo insieme a cinque militari morti. Era il 7 dicembre 1861. Il giorno dopo, l’8 di dicembre, senza alcun processo, vennero fucilati. Il preste liberale Giuseppe Gattinara diede loro i conforti religiosi ma cambiò continuamente la versione della morte. La banda era composta da 17 prigionieri, 17 cavalli, 7 morti, due in più rispetto ai cinque denunciati dal Cerri al momento della fucilazione, 23 carabine, tre sciabole, mappe, una cassa contenente denaro, documenti, ordini, istruzioni di Clary, tre diari in seguito ritrovati. Quello riguardante la spedizione si ferma al 30 di novembre. La cassa contenente il denaro fu aperta dai piemontesi e il contenuto diviso tra Franchini e il suo luogotenente Staderini. Ciò che interessava al maggiore al seguito di questa cattura erano ricompense e onorificenze. Interessante è il rapporto del Franchini ai suoi superiori cica l’ottimo comportamento dello Staderini e dei suoi bravissimi bersaglieri. Le sorelle di Borjes chiesero la salma del fratello, ma solo dopo lunghe trattative giunse a Roma ove furono celebrati per lui e i suoi uomini i funerali nella chiesa del Gesù. A tal proposito il borbonico Pietro Calà Ulloa, ministro della guerra disse: “Nella chiesa del Gesù furono celebrati i funerali per il Generale ed i suoi compagni, ma nessuno si diè pensiero come fosse stato ingannato o da chi deluso”. Secondo il De Sivo vi fu un ordine per bloccare l’esecuzione da parte del comando piemontese, ma tardivo. Secondo il Molfese, Ricasoli aveva sollecitato Lamarmora affinché in maniera eclatante facesse arrestare Borjes, De Langlois e Crocco. Secondo Bermudez de Castro e Albonico si voleva far passare lo spagnolo ed i suoi come delinquenti. Ragion per cui occorreva una rapida e crudele esecuzione. Un’ultima teoria fu che l’ostinato silenzio del valoroso legittimista, il quale a costo della morte non volle rivelare i nomi degli organizzatori della spedizione, per non venir meno ad un giuramento di fedeltà, gli costò la vita.