Skip to main content
Usurpazioni e brigantaggio

Usurpazioni e brigantaggio

di Pasquale Di Prospero
 
Nei giorni 11, 12 e 13 dicembre 1981 si tenne un interessante convegno a Rieti, Borgorose e L’Aquila dal titolo “Il brigantaggio genesi e sviluppi delle rivolte postunitarie con particolare riferimento al Cicolano”, con la partecipazione di famosi studiosi del fenomeno come Luciano Sarego, Roberto Lorenzetti, Giovanni Maceroni e poi Franco Molfese, Aldo De Jaco, Gaetano Cingari e molti altri. Il tema posto dal convegno era teso a determinare per quanto possibile le cause della nascita e dello sviluppo del fenomeno del brigantaggio. In tutti gli interventi, anche se con sfumature diverse, si fece riferimento alle questioni demaniale e alla gestione degli usi civici collettivi, con le mancate operazioni delle quotizzazioni, intralciate con protervia dai nuovi borghesi e dai liberali ed il 1861 era passato senza che fossero avviate concretamente le operazioni di reintegra e di assegnazione, nonostante il decreto legislativo del 1 gennaio 1861 avesse istituito i “Commissari Speciali per le operazioni demaniali nelle Province Napoletane”. A tali commissari venivano attribuite competenze amministrative e giurisdizionali ed erano incaricati di procedere allo scioglimento delle promiscuità, al completamento delle divisioni in massa dei demani ex feudali e alle reintegre dei demani usurpati dai liberali: il tutto entro il 1861. Le aspettative dei contadini, però, venivano drammaticamente deluse e già dal 23 marzo 1861 ci furono i moti di Lavello per le quotizzazioni e molti contadini compromessi, per sfuggire alla vendetta di una giustizia ottusa, si arruolarono con Crocco. Il direttore dell’Interno e Polizia, De Blasio, il 12 agosto 1861, visto il crescente e tumultuante malumore dei contadini in tutto il Meridione, fu costretto a diramare una circolare agli agenti amministrativi e alle municipalità, nella quale richiamava all’obbligo della collaborazione con i commissari ripartitori, viste le centinaia di operazioni non avviate o non concluse. Sosteneva Ferruccio Reggiani, nel suo intervento nell’ambito del convegno citato: “Tra le cause che provocarono il brigantaggio dobbiamo almeno ricordare la questione demaniale, le operazioni per la quotizzazione dei demani erano state intralciate e da sempre nuove usurpazioni da parte dei nobili e borghesi ed erano ben lontane da una conclusione nel 1860”. Le popolazioni del lagonegrese “sperano gustare presto i materiali vantaggi dell’attuale Governo e aspettano impazientemente quello della spartizione dei terreni demaniali; per il ritardo ci sono stati già dei dissodamenti” Così riporta Pietro Varuolo nel libro “Il volto del brigante”. Alla sollecitazione che poneva il prof. Antonini, durante i lavori del convegno, “quale è la reale natura di questo brigantaggio?” rispondeva Molfese: “Per capirci qualcosa bisogna porsi nell’ottica delle masse contadine, tenendo conto della situazione politica che aveva posto in crisi il blocco di potere dominante nel mezzogiorno d’Italia. Quali erano le rivendicazioni fondamentali delle masse contadine? Si trattava principalmente di un’equa soluzione della questione demaniale”. Lo studioso reatino Roberto Lorenzetti nello stesso convegno affermava: “Il contadino di questa zona continua a compiere le medesime azioni che prima dell’unificazione (attraverso gli usi civici) erano legittime, ma che ora automaticamente diventano fuorilegge. E’ su questa base che nel Cicolano, ma il discorso penso sia valido anche in altre zone, si sviluppano quelle esplosioni violente di rabbia contadina che il nuovo Stato stigmatizzò con il termine di brigantaggio”. Quando si parla di brigantaggio inevitabilmente si finisce col citare Hobsbawn, cosa che accadde anche in quel convegno. Su questo punto lo stesso Lorenzetti sosteneva: “Non concordo con Hobsbawn quando afferma che il brigantaggio ed altre forme di ribellismo contadino di questo periodo vanno interpretati come una forma di lotta di classe di tipo pre-politico se per pre-politico si intende una dimensione immediatamente precedente al politico e che in questo debba necessariamente confluire. Sono quindi più propenso ad usare il termine pre-politico per indicare una dimensione nella quale vi è totale assenza immediata e in prospettiva del politico e dove tali manifestazioni si pongono in luogo di esso manifestandone la necessità ma testimoniandone l’assenza. In altri termini il brigantaggio a mio avviso, non è stata una lotta di classe ma si è posto in luogo di essa costituendo uno dei tanti momenti di assestamento della classe contadina meridionale al non certo indolore processo di trasformazione sociale, culturale e politico delle campagne italiane che vennero precipitosamente proiettate dalla loro millenaria dimensione semi feudale a quella borghese-capitalistica”. Le conclusioni del convegno furono affidate al prof. Franco Gaeta dell’Università dell’Aquila al quale non sembrò vero che anche dagli storici locali, come il Lorenzetti, si era operato una sorta di svuotamento di una benché minima coscienza di classe dei briganti postunitari, ed in particolare di quelli del Cicolano, per cui le conclusioni furono ipocritamente in linea con quella accademica neo-risorgimentalista rassegnata alla nuova “dimensione borghese-capitalistica”.