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La reazione nel Cicolano

La reazione nel Cicolano

Molti degli avvenimenti che furono consegnati alla storia nazionale del 1860 dovevano ancora avvenire (non era stata combattuta la battaglia del Volturno, l’esercito piemontese non si era ancora mosso alla conquista del Sud, non vi era stato il Plebiscito farsa, non era ancora avvenuto l’incontro di Teano e così via di seguito), tuttavia i decurionati del Cicolano, perché guidati dai nuovi borghesi usurpatori di demani, avevano in modo solerte deliberato l’adesione al nuovo regime e cominciavano a rimuovere i vecchi stemmi borbonici per sostituirli con i nuovi sabaudi. Il 30 settembre del 1860 può essere considerata la data d’inizio di una delle più violente fra le reazioni post-unitarie avvenute nel meridione d’Italia e che prese le mosse dalla minuscola frazione di Brusciano, nel comune di Fiamignano, oggi provincia di Rieti, ad iniziativa di alcuni contadini di un’altra piccolissima frazione dello stesso comune, Santa Maria del Sambuco. Nello stesso giorno il decurionato di Fiamignano aveva deliberato l’impegno di spesa per acquistare la nuova carta intestata, gli stemmi, i sigilli nonché alcune suppellettili per attrezzare il corpo di guardia. Il sindaco Oreste Martelli mai avrebbe immaginato che quella data sarebbe passata alla storia come l’inizio della “reazione del Cicolano” e che  Fiamignano sarebbe diventato il quartiere generale dell’ultima rivolta contadina, innescata dal capovolgimento politico del 1860. Il potere era saldamente nelle sue mani: Odoardo Martelli comandava la Guardia Nazionale, Domenico Martelli era il secondo eletto, Giovanni Mozzetti in qualità di giudice supplente guidava la Giudicatura Regia. Gli avvenimenti furono tanti e imprevedibili che un contadino analfabeta di Radicaro, Giuseppe Di Giovanni, dopo poco meno di un mese da quei fatti fu nominato capo supremo delle masse in rivolta, mettendo in fuga il sindaco Martelli da Fiamignano. Quando i contadini, alcuni mesi dopo, furono sconfitti, la giustizia, facendo il suo lento e inesorabile corso e prendendo atto che molti non erano presenti perché passati per le armi, tramite la sezione d’accusa della Corte d’Assise dell’Aquila, nella Causa del Cicolano, si espresse nel seguente modo: “Dal  settembre del 1860 fino al gennaio 1861 una buona parte degli Abruzzi dell’Aquila fu invasa da numerose orde di malvagi, i quali improntando il nome del Borbone, scorrazzavano pei villaggi commettendo ogni maniera di reati, dandosi in ispecialità al furto, alle grassazioni ed al saccheggio, questo stato ex lege cessò allorché la truppa Italiana occupò fortemente questi luoghi, disperdendo quelle orde di scherani”. Il pubblico ministero, nell’ambito della stessa causa, formulò nell’ottobre del 1862 il suo atto di accusa che esordiva in questo modo: “Sullo scorcio del 1860 quella parte della Valle di Cicoli che da Fiamignano si estende a Borgocollefegato divenne teatro di saccheggi e grassazioni. Uomini nascosti nell’ombra credendo trovare in moti incomposti e violenti un mezzo per rialzare la caduta Signoria, incitavano le masse a quelle nefandezze che erano più atte a promuoverli. E le classi sfaccendate inconscie del fine occulto dei capi e direttori di quelle mene che non si sono potuti raggiungere solleticate nelle loro ree passioni, e quel che è più, accarezzate dalla speranza della impunità rispondevano all’appello, abbandonandosi agli eccessi che si verranno narrando, e che oggi la giustizia è chiamata a giudicare”. L’atto di accusa in esame riassume in 34 punti “l’epopea” reazionaria-brigantesca senza soluzione di continuità per il segmento temporale che va dal 30 settembre 1860 al 26 aprile 1862. Il punto I dell’atto di accusa viene qui riportato integralmente: “Nel dì 30 settembre una festa celebratasi in Brusciano, ed a tenervi l’ordine vi si recava un drappello di guardie Nazionali, comandato dal  Capo sezione Angelo Angelini. Venuta la sera furon visti colà assembrarsi molti contadini, tra i quali Antonio Saporetti, e da quell’attruppamento fu udito che partivano delle voci sediziose. Angelini volendo prevenire maggiori disordini accorreva nel luogo dove quella gente era raccolta, ma non appena vi giungeva veniva disarmato e fatto segno delle percosse. Distinguevasi fra quelli che lo percuotevano Francesco Sallusti di Sambuco, ora assente, e di ciò non contenti quei contadini si facevano strappare ed a lacerare i nastri tricolori, che poi calpestavano a tutti coloro che ne erano forniti, questo fatto che non ebbe allora altre conseguenze fu la scintilla donde derivò l’incendio che devampava in tutta la vallata del Cicolano come si vedrà dagli altri fatti che andranno man mano ad esporsi.”. Per saperne di più di quella che, come abbiamo  visto, fu considerata la scintilla che infiammò il Cicolano, abbiamo esaminato alcuni  atti  del processo conservati nella busta 1 bis  della Corte d’Assise dell’Archivio di Stato dell’Aquila. Il giorno dopo e cioè il primo di Ottobre, il giudice supplente Giovanni Mozzetti si recò nella casa di Angelo Angelini in Collemazzolino, gravemente ferito alla testa, per raccogliere la sua drammatica testimonianza  cosi riassunta: “Che egli essendosi recato nella con vicina villa di Brusciano in occasione di una piccola festa che ivi si celebrava, verso le 22 udì un fracasso che faceva si fuori la strada della casa parrocchiale ove egli si trovava: trovandosi rivestito  della carica di capo sezione della Guardia Nazionale del Comune di Fiamignano, così per sapere cosa fosse e per dare le opportune provvidenze in caso di qualche inconveniente essendosi tra l’altro andato colà per mantenere il buon ordine, uscì fuori ed osservò una quantità di contadini riuniti, tra i quali Antonio Basilio e Giacomo Saporetti, Francesco e Biagio Sallusti del villaggio del Sambuco e Francesco Evangelista di Brusciano i quali gridavano ad alta voce “Viva Francesco II”, “Morte a Garibaldi e Vittorio Emanuele” e strappavano dai cappelli le coccarde tricolori che indossavano diverse Guardie Nazionali, a tali gridi e fatti si fece avanti a quei ribaldi e nella qualità come sopra, avanzò contro di essi forti rimproveri e che fossero rientrati all’ordine: nondimeno essi proseguirono nei medesimi gridi, che anzi si volsero minacciosi contro di lui, e strettolo da ogni parte lo disarmarono del fucile, e con un colpo di pietra scagliatogli sulla testa, cadde a terra quasi morto. Con l’aiuto di persone accorse fu risolto dal quel luogo e condotto in casa di Francesco Maoli, da dove poscia fu riportato nella sua abitazione. Che per la moltitudine della gente e confusione in cui si trovò, egli non può additare chi precisamente gli tolse di mani il fucile, e chi gli vibrò il colpo di pietra in testa ma certamente gli individui nominati di sopra che gli si  fecero addosso…”. Vennero ascoltati come testimoni il 5 di ottobre in quanto presenti ai fatti Francesco Maoli, proprietario di Brusciano, Benedetto Marrone, proprietario di Fiamignano, Antonio D’Alessandro, proprietario di Marmosedio, Luigi Evangelista, contadino di Santa Lucia,  tutti concordarono che il tumulto avvenne al grido di “Viva Francesco II” oppure “Accidenti ai carbonari”. La reazione era cominciata: vi erano presenti già tutti gli aspetti e le contraddizioni di quella fase storica, i nullatenenti contro i possidenti, il potere e gli esclusi da esso, i letterati contro gli illetterati, le Guardie Nazionali a difesa dei sindaci/possidenti. I contadini in fondo strumentalizzarono gli “evviva” e gli “a morte” per protestare contro i Martelli, i Mozzetti e i Maoli. Gli storici non hanno mai fino in fondo voluto dare dignità a quella fase di ribellismo contadino, lo stesso Domenico Lugini (“Memorie storiche della regione Equicola ora Cicolano”, a pag. 466) quando parlò dei fatti di Brusciano (seppur con la dovizia descrittiva che lo  contraddistingue),  non seppe cogliere  i caratteri della rivolta contadina con l’elemento politico che agì da catalizzatore. “In quel giorno trovandosi raccolto numeroso popolo nel villaggio di Brusciano per la celebrazione della prima Messa di un novello sacerdote, nel pomeriggio taluni avvinazzati contadini cominciarono ad altercar fra loro per futili motivi...”. Sempre dal Lugini invece sappiamo (pag. 508) che alcuni di quei “contadini avvinazzati” (Giacomo Saporetti e Fiore Sallusti) della primissima ora reazionaria di Brusciano, furono ricevuti insieme agli altri capimassa (Di Giovanni, Di Girolamo, Ricciardi), con onore da Francesco II a Roma e ringraziati per aver opposto resistenza all’ingresso delle truppe piemontesi. In fondo i contadini e il Borbone, pur avendo obiettivi non perfettamente coincidenti, furono alleati in una battaglia senza molte speranze. Dal suo rifugio di Rieti il sindaco di Fiamignano il 6 di febbraio 1861 chiedeva al sotto governatore di Cittaducale l’invio di truppe piemontesi con tale motivazione: “Essendo io esser novellamente  soggetto alle invasioni reazionarie il Comune di mia amministrazione  d’ond’è stato forza allontanarmi, rassegno a lei tali particolari disporre che la truppa Piemontese destinata a guarnire Magliano, Scurcola ed Avezzano si estenda in parte al più presto possibile nel Cicolano ,battendo la via di Borgocollefegato, di Torre di Taglio, onde disperdere quelle orde ed impedire che le famiglie dei proprietari ed in particolare dei Funzionari ben affetti all’attuale Governo non vengano ulteriormente oppressi…”. La resistenza dei  contadini reazionari fu vinta verso il 20 di febbraio 1861 quando arrivarono  nuove truppe piemontesi dalla Marsica e da Rieti. Il sindaco Martelli fece ritorno a Fiamignano. Era giunto il momento della vendetta, bisognava dare una lezione esemplare a quei pezzenti, cominciò un’attività frenetica del sindaco nel comunicare all’intendente di Cittaducale le varie esecuzioni sommarie. Solo per citarne qualcuna: “Nella notte del 19 corrente (marzo) venne arrestato nel circondario di Borgocollefegato il famigerato capomassa Ascenzo Napoleone. Tradotto il Napoleone in questo Capoluogo, presentato alle autorità militari ne dispose immediatamente la fucilazione che venne eseguita alle ore 17 d’Italia”. Alcuni giorni dopo (29 marzo) altra “soddisfazione” per il Martelli che così comunicava all’intendente di Cittaducale: “Le dò conoscenza che ieri l’altro a circa le ore 22 d’Italia vennero arrestati altri due capi briganti di questo comune notati al margine, ed alle ore 23 e mezza furono fucilati”. Si trattava di Giuseppe Margutte di Brusciano e di Basilio Saporetti  di Santa Maria del Sambuco. Si concludeva tragicamente l’avventura di questi due contadini che avevano preso parte ai tumulti di Brusciano del 30 settembre 1860. Quando toccò il turno di Giuseppe Cesarini, il sindaco Martelli, in data 2 aprile comunicò, sempre al solito intendente di Cittaducale: “Ieri venne arrestato dai militari, e Guardie Nazionali assoldate un tale Giuseppe Cesarini di Fiumata rinvenuto entro una casa di campagna. Aveva egli un fucile ed una tasca di polvere. Il Cesarini riconosciuto reo di saccheggi e come uno di quelli annotati nella prima lista degli insorgenti, ed armato a Carsoli, come egli stesso confermava, venne dall’autorità militare bentosto fucilato. Le rapporto a lei per mio dovere, sebbene non appartenente il Cesarini a questo Comune”. Addirittura il Martelli comunicava i fucilati di altri comuni: insomma l’euforia della vendetta. Quando il giudice regio Nicola De Stavola predisponeva i compendi, in vista della causa del Cicolano, dei vari avvenimenti reazionari dell’autunno 1860 e dei primi mesi del 1861, esordiva sempre in tal modo: “Nel primo moto della reazione politica dell’autunno scorso nella valle cicolana…”. Oppure: “Dopo i memorandi fatti della politica rivoluzione, operatasi in queste contrade, venute su lo scorcio dell’ultimo febbraio”. Senza volerlo il giudice riconosceva una valenza politica e quindi una dignità di combattenti per una causa condivisa dai contadini, dai soldati sbandati, dai renitenti alla leva. Per contro i galantuomini sottolineavano con disprezzo la mancanza in loro di ideali e li definivano “accaniti masnadieri” oppure “accozzaglia di ribaldi” o peggio ancora “masnada senza legge, senza vergogna e senza religione”. Negli anni a seguire coloro che sfuggirono alla terribile repressione del nuovo stato unitario si riunirono in bande armate. Quella che operò sulle montagne del Cicolano, di Lucoli e di Tornimparte, di cui facevano parte i leggendari Colaiuda e Viola, individuò come obiettivo le masserie dei galantuomini  cioè i vari Martelli, Mozzetti o i Maoli nel Cicolano, Cialente, Properzi, Ratini o Palitti dell’Aquilano per non parlare degli armentari forestieri come i Scillitani o i De Luca che affittavano i pascoli con la compiacenza degli amministratori. Inoltre i galantuomini erano stati nel decennio francese, dopo l’abolizione della feudalità, anche gli usurpatori dei demani e delle defense comunali: nessuna misericordia per loro da parte dei briganti.