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Gaeta durante l’assedio: il tifo e l’esplosione del deposito Cappelletti

Gaeta durante l’assedio: il tifo e l’esplosione del deposito Cappelletti

Il 19 gennaio del 1861, per ordine dell’imperatore Luigi Napoleone, le navi francesi al comando del vice ammiraglio Barbier de Tinan si ritirarono dalle acque di Gaeta, ove per due mesi avevano fatto blocco al nemico piemontese e consentito i rifornimenti alla città. De Tinan non avrebbe voluto abbandonare Francesco II e la sua gente alla violenza piemontese. Egli simpatizzava grandemente per il giovane Re e la Regina Maria Sofia, apprezzando fortemente il comportamento di Francesco che si era trasformato da timido sovrano in eroico combattente per la difesa del suo regno. Il comportamento di Luigi Napoleone fu certamente molto grave ma prevedibile, dato il suo carattere altalenante, ambiguo e nevrotico che recò danno non solo a Francesco: basti pensare alla questione messicana e al ritiro delle truppe francesi a danno di Ferdinando Massimiliano d’Asburgo e relativa fine, dopo molte promesse e rapido ripensamento. Le sue lettere al Re di Napoli erano infarcite di inutili e falsi consigli per una rapida resa e ricce di sciocche e ambigue argomentazioni mente trattava con i Piemontesi, ai quali era profondamente legato per amicizia ed interessi personali. Basti pensare ai patti di Plombìeres, con i quali avrebbe potuto ottenere Nizza e Savoia. Sedan nel 1870 e la sua fine giunsero troppo tardi per le popolazioni del dud Italia. La sua caduta, la sua prigionia, il suo esilio, e infine la sua morte, lasciò indifferenti i più. Gaeta era sola con i suoi reali, con quella parte dell’esercito che la fortezza poteva ospitare ed con una cittadinanza che, nonostante le sofferenze di un assedio non voluto ma subito senza una dichiarazione di guerra e quindi ingiustificabile, sosteneva una eroica difesa non solamente del territorio ma dei propri valori, della propria fede nel rispetto verso la bandiera e la dinastia. Alla partenza della squadra francese si sostituì quella piemontese e, con il giungere di questa, ebbe fine un’utile protezione. Al vice governatore Marulli giunse una lettera dell’ammiraglio Persano, che scriveva a nome del generale Cialdini, che dichiarava il blocco navale nel golfo tra la Torre di Sant’Agostino e la Torre di Scauro. Naturalmente questo impediva i rifornimenti per la fortezza di cibo, medicine, paglia e tutto quanto necessario alla sopravvivenza degli assediati. Il generale Ritucci considerò ciò illegale perché non preceduto da una dichiarazione di guerra. Egli si risentì scrivendo una lettera a Cialdini alquanto aspra, nella quale diceva: “Nello stato di aggressione di cui il Regno di Napoli è stato vittima, importa poco un’aggressione di più”. Al Cialdini queste giuste rimostranze non fecero molta impressione, né tantomeno crearono problemi di coscienza perché “il fine giustificava i mezzi”. Gaeta andava presa a tutti i costi e il Regno del Sud doveva essere cancellato. Questo era il disegno di Cavour e di Vittorio Emanuele e Cialdini era solo un mero esecutore. Ironia della sort, tutte le navi presenti al blocco o quasi appartenevano alla flotta napoletana passata al nemico per tradimento, grazie al denaro erogato dai Piemontesi agli ufficiali che le comandavano. Una flotta enorme per un blocco navale ai danni di una fortezza senza flotta. Una spavalderia senza senso così com’era spavaldo l’ammiraglio che la comandava, ovvero Persano, che nella battaglia di Lissa, nel corso della III guerra d’indipendenza, si ricoprì di vergogna perdendo le corazzate “Re d’Italia” e “Palestro”. A fronte della sua incapacità i suoi marinai diedero invece prova di eroico coraggio. Tornando a Gaeta, la situazione in quel momento era drammatica. Il tifo si diffondeva a macchia d’olio. La città era stracolma per l’epidemia e per i feriti di guerra. I primi, ossia gli epidemici, venivano curati al Santa Caterina, i secondi al Soccorsale e al Torrione Francese. I medici, sovraccarichi di lavoro, insieme alle suore di carità, cercavano di fare il loro dovere al meglio, ma gli ospedali erano al collasso. Il ghiaccio, inviato per misericordia dal Cialdini, era insufficiente per la crescente necessità dei malati. In verità il 18 gennaio il Cialdini accettò una piccola parte dei malati, che a Gaeta non si potevano più curare, per farli trasportare a Terracina e a Napoli. Vennero invece rifiutati asini, muli e cavalli che, famelici e disperati si aggiravano per la città. Alla richiesta di resa da parte del Cialdini, Ritucci la respinse e i borbonici, anche se stremati, continuarono a combattere. Prima di tali fatti, ovvero l’8 gennaio, a fronte di una prima richiesta di capitolazione, il Re aveva riunito intorno a sè i migliori ufficiali per comprendere quanto la città avrebbe potuto resistere e questi, ovvero Gabriele Ussani, i due Afan de Rivera, Francesco Traversa e Vincenzo Polizzi, dichiararono che la città avrebbe potuto tranquillamente resistere ancora due mesi. Chiaramente non potevano prevedere l’abbandono dei francesi, né tantomeno il blocco piemontese. Di giorno in giorno la situazione peggiorava sempre di più, ma gli uomini, asserragliati nella città, non demordevano. La presenza del Re e della Regina tra loro era un incitamento a resistere. I cannoni borbonici rispondevano a quelli più sofisticati del nemico con furia mentre i marinai, addetti all’uso, lavoravano con alacre entusiasmo cercando di puntare con maggior precisione verso il nemico. Monte Lombone, i Cappuccini, Monte Tortone, ovvero le postazioni del nemico, non ebbero vita facile. La situazione, tuttavia, per i borbonici andava sempre peggio nonostante la buona volontà degli assediati, sempre speranzosi di un intervento internazionale a favore del regno del sud. Ma a nessuno stato amico interessava più di tanto la sorte di questi uomini e del loro re. In realtà, nel passato 22 ottobre 1860, a Varsavia, in Polonia, si era svolto un congresso tra le nazioni amiche più importanti quali Russia, Prussia e Austria, durato un mese, ma nessuna decisione era stata presa a favore del Regno delle Due Sicilie e nessun intervento fu fatto presso il Piemonte, la Francia e l’Inghilterra per bloccare la situazione. Il degenerare degli eventi indusse i diplomatici, accreditati presso Francesco e giunti a Gaeta per il genetliaco del sovrano il 16 gennaio, a lasciare il territorio. Il permesso non fu accordato dal vice ammiraglio Persano con il pretesto che coloro che erano nella piazza non potevano uscire.  Il 4 febbraio si sviluppò un fuoco incredibile. I cannoni piemontesi all’unisono spararono all’impazzata dalle loro posizioni quando da una delle loro batterie (Casa Occagno) svenne sganciata una bomba che centrò in pieno il deposito di armi “Cappelletti”. In tale deposito si trovavano 180 chilogrammi di polvere da sparo. All’arrivo dell’ordigno il terreno tremò e tutto il circondario fu ridotto in polvere. Si aprì una grossa breccia mentre le abitazioni circostanti furono completamente distrutte. Questo squarcio sarebbe stato una manna per gli assedianti qualora ne fossero stati consapevoli perché avrebbero concentrato il tiro in quella direzione. La situazione andava pertanto peggiorando sempre più. I soldati del genio immediatamente si attivarono tentando di sgomberare la zona dai detriti per liberare le strade di collegamento verso il fronte di terra. Il generale del genio Francesco Traversa assisteva e soprintendeva i lavori e con lui il colonnello Paolo de Sangro, ma il danno era incommensurabile. Fu in questo frangente che si comprese che la fine stava avvicinandosi perché la breccia avrebbe potuto essere un comodo passaggio per un assalto da parte del nemico. La situazione sarebbe degenerata in brevissimo tempo e in maniera del tutto incontrollabile. Il giorno seguente fu ancor peggiore. Mentre i genieri napoletani lavoravano con accanimento per rimuovere le macerie e sistemare alla meglio gli squarci provocati dallo scoppio della Cappelletti, la batteria nemica posta ai Cappuccini aprì un fuoco micidiale verso la Torre di Orlando. I borbonici, nonostante tutto, risposero con determinazione e coraggio al fuoco omicida del nemico. Erano uomini con divise usurate per mancanza di ricambio, ricche di colonie brulicanti di pulci, privi di paglia da collocare sul terreno ove riposare, ma giustamente fieri delle proprie convinzioni. Ma il peggio doveva ancora arrivare.