Gaeta, lo scoppio della batteria Sant’Antonio
Il comandante piemontese Leopoldo Valfrè di Bonzo ordinò che tutti i cannoni delle sue batterie, in tutto 165 tra rigati e Cavalli, sparassero tutti insieme e che nessun colpo andasse a vuoto. Tutto doveva essere sincronizzato, in modo tale che si potessero raggiungere gli obiettivi prefissi. Il nemico aveva tra le mani preziose carte topografiche reperite a Napoli, ma in gran parte ricevute dal maggiore Guarinelli, ex architetto di Casa Borbone, il quale avrebbe dovuto rinforzare la fortezza ma che non fece il proprio dovere usando materiale scadente. E poi passando al nemico non appena si accorse che il vento stava cambiando, dopo essersi molto arricchito. Il fuoco doveva solamente infastidire l’opera di recupero della Cappelletti allo scopo di esasperare gli assediati i quali, nonostante ciò, continuavano indefessamente il proprio lavoro. Il giorno dopo, il 9 febbraio, un colpo sparato dalla batteria piemontese “Madonna di Conca” centrò il deposito della Cortina di Sant’Antonio, detta anche “batteria a denti di sega”. Lì vi erano sette tonnellate di polvere e 40 mila cartucce. L’intero bastione saltò in aria aprendo un cratere di 40 metri. Morirono 316 soldati e un centinaio di civili, tra cui il generale Traversa e il colonnello De Sangro che li si trovavano, insieme ai genieri, per tentare di limitare i danni della Cappelletti. Se i danni del deposito furono immensi, questi li superarono di gran lunga. Il boato si sentì fino a Mola. A causa dell’esplosione tutto fu ingoiato dalle macerie, abitazioni e casematte a ridosso della batteria. Una tragedia immane, nella quale furono coinvolti, oltre ai soldati, civili, donne e bambini di cui si sentirono a lungo lamenti e grida d’aiuto da sotto i cumuli di macerie. I Piemontesi, ancora non contenti della strage, inviarono la pirofregata “Garibaldi” per infierire contro gli assediati con il lancio di qualche bomba. I militari borbonici, con tiri ben assestati, riuscirono ad allontanare la nave inviata dal Persano. Furono organizzati dei soccorsi per aiutare coloro che ancora vivi si trovavano sepolti sotto i cumuli di detriti. A capo di queste operazioni si trovava Alfonso Conte di Caserta, comandante della zona colpita. La Sant’Antonio da batteria si era trasformata in un enorme cimitero sul quale Cialdini continuava a scaricare bombe senza pietà. Nonostante ciò, si continuò a scavare nel tentativo di recuperare più persone possibili, sia vive che morte. Il brigadiere generale Pelosi, che aveva sostituito il generale Traversa e il colonnello De Sangro, rimase sconvolto dal disastro. Fino a quel momento non si era mai verificata una sciagura tanto grande. I genieri, uniti ai marinai della “Partenope”, continuarono a cercare senza sosta i corpi delle vittime. Le granate continuavano a cadere e la situazione diveniva sempre più critica. Una di queste sfondò il bastione di San Giacomo, ma i militari non ne rimasero sconvolti, abituati ormai al peggio. L’odore di putrefazione e di morte aleggiava per la città e l’aria era sempre più irrespirabile. Francesco era sconvolto da un assedio che di giorno in giorno diveniva più cruento, ragion per cui nominò una commissione per capire l’entità dei danni. La breccia era troppo grande, il nemico avrebbe potuto assalire con facilità la fortezza e le possibilità di difesa erano scarse, quasi nulle. Il generale Ritucci venne incaricato di chiedere una tregua al Cialdini onde recuperare colore che erano ancora vivi e di sotterrare i morti. Il Cialdini, dopo essersi consultato con Vittorio Emanuele, la concesse scrivendo: “Tolga il cielo che io mi rifiuti ad una sospensione di fuoco chiestami per motivi di umanità”. Tutte belle parole ma prive di reale umanità, la guerra continuava e Gaeta stava per arrendersi. Molte di queste vicende furono descritte dal cronista francese Charles Garnier, che aveva seguito da vicino gli eventi e che con dovizia di particolari descrisse le varie fasi del conflitto collocando i personaggi che vi parteciparono nella giusta ottica e consegnarli a future valutazioni. E ciò sia per i vincitori che per i vinti.