Manutengolismo d’alto bordo nell’aquilano
E’ stato definito “manutengolismo d’alto bordo” dal prof. Raffaele Colapietra, quella sorta di guerra civile nell’aquilano tra la borghesia proprietaria, come i Cappelli di San Demetrio, i Properzi di Lucoli o i Palitti di Roio, tanto per citarne alcuni, e la spregiudicatezza affaristica e speculativa dei cosiddetti liberali dell’ultima ora, come Lorenzo Scillitani di Foggia o i Vulpiani di Torre di Taglio nel Cicolano. Il manutengolismo di semplice connivenza e supporto degli strati sociali affini alle bande fu contrastato in modo efficace, seppur con durezza spietata, mediante una legislazione speciale come l’istituzione dei tribunali militari straordinari, secondo la legge del 15 agosto 1863 (legge Pica). Si riporta ad esempio il dato dei detenuti nelle prigioni della Capitanata con l’accusa di manutengolismo: già a fine agosto 1863 ammontava a 365 (Giuseppe Clemente, Lettere di fuoco, richieste e minacce nei biglietti di ricatto). Analizzando il caso nell’aquilano del cosiddetto “manutengolismo d’alto bordo” possiamo affermare che per i capibanda Giovanni Colaiuda, Antonio Giorgiantonio, Zeppetella, Viola vi erano stati negli anni delle loro “carriere brigantesche” non poche connivenze e punti di contatto con esponenti delle borghesie rapaci, tesi alla salvaguardia delle loro industrie armentizie. Questi capibanda dovevano essere ridotti al silenzio per sempre. Stessa sorte toccò a Gaetano Manzo capobanda del casertano ucciso quando poteva essere semplicemente arrestato, famoso per alcuni clamorosi sequestri di viaggiatori stranieri, che aveva intrattenuto relazioni compromettenti con il deputato Mattia Farina. Anche l’evasione dal carcere di Chieti operata nella notte fra il 6 e 7 novembre 1871 avvenne con la “necessaria” negligenza delle guardie carcerarie, corrotte dalla sorella di Gaetano (Archivio di Stato di Chieti, Corte d’Assise, secondo versamento, Processi). Analizzando le “quistioni” contestate al Giorgiantonio di San Demetrio nel suo processo, non risultano mai azioni brigantesche a danno dei Cappelli, anzi la banda svolgeva il ruolo di difesa del “Sistema Cappelli”. Infatti tre anni dopo la cattura della banda Giorgiantonio, e precisamente il 19 giugno 1870, trenta contadini di Mascioni quando ebbero “l’ardire” di liberare i loro animali sequestrati dalle guardie rurali dei Cappelli mentre li conducevano all’Aquila, i contadini di Mascioni sbucati dai boschi inveivano contro i sequestratori urlando: “morte ai briganti, morte agli assassini”, proprio in virtù del fatto che i protettori dei Cappelli erano anche i briganti. Infatti le stesse guardie rurali nel far rispettare i pascoli dagli sconfinamenti, spesso erano prepotenti ed arroganti con i pastori locali, e sulla montagna sapevano di essere protetti dai briganti. La vendetta spesso si consumava a valle nei paesi stessi, cosi come successe ad Alessandro Barone guardia rurale dei Cappelli, ucciso il giorno di Pasqua (28 marzo 1864) tra Aragno e Arischia per mano dell’arischiese Giovanni Capannolo che aveva sconfinato con le sue poche pecore sui pascoli di Chiarino gestiti dai Cappelli. Obiettivo della banda Giorgiantonio di San Demetrio, nelle azioni brigantesche erano i concorrenti dei Cappelli come i Ratini di Lucoli, i Donati di Staffoli, i De Santis, i D’Egidio ecc. Colaiuda e Viola non si erano mai permessi di avvicinarsi alle masserie Cappelli. Anche i Palitti di Roio seppero tessere una rete protettiva per le loro masserie curando in particolar modo i rapporti con la banda Colaiuda definita nella contabilità interna con nome fittizio “amici di Vigliano” e con i superstiti della banda Stramenga definiti gli “amici di Frattoli” (comune di Crognaleto, nel teramano). Dall’archivio della Famiglia Palitti riportato in (Croce Rotolante, Roio. Storia di una terra attraverso i secoli, 2020, p. 325), nella contabilità interna dell’azienda vengono annotate le spese sostenute per il supporto alla banda (acquisto di cannocchiali, orologi, spese per accomodo di orologi, camicie, calzette di lana). Anche nel tremendo sequestro ed omicidio nelle persone di Enrico Cecchetani e Giannantonio Ponzi di Pizzoli nell’estate del 1866 sulla montagna di Chiarino, fu tirato in causa, in quanto complice, il guardaboschi dei Cappelli Giovanni Massimi che faceva da tramite tra gli ambienti reazionari di Pizzoli (il farmacista Ruggeri, il prete Capannolo e un certo Angelo Ursini) e i briganti in Chiarino. Il 6 gennaio 1867, il pretore di San Demetrio riferendosi alla banda Giorgiantonio, scrisse al Prefetto dell’Aquila che “avendo con persistenza vigilato tutte le mosse e sulle esternazioni di Lucia Giorgiantonio, sorella dei noti briganti, ho potuto convincermi che a bello studio si faceva spargere la voce che quei malfattori si aggirino per questo tenimento. La vera dimora dei briganti è la provincia di Capitanata e precisamente la Montagna degli Angeli ove con falsi recapiti attendono ai lavori dei campi. Frequentano pure le masserie dei Signori Tatozzi e marchesi Cappelli, coi pastori dei quali si confusero nel mutar residenza e si ha la fondata ragione per credere, che coltivino la proprietà di questi ultimi, tanto nella montagna predetta quanto in Manfredonia e Foggia. Lì debbono essere ricercati”. (Carlo Alberto Andreassi, Storie e cronache della terra di San Demetrio, p. 178). Altro esempio di protezione per la banda di San Demetrio si ha nella primavera del 1867. I fratelli Giorgiantonio con Antonio Bruno, sotto falso nome si trovavano a lavorare a Follonica, in provincia di Grosseto, alle dipendenze di Francesco Giuliani impresario dell’Aquila. Per la cruentissima azione contro le mandrie del liberale Scillitani operata dalla banda Colaiuda in Forca Miccia di Rocca di Cambio non è difficile immaginare i mandanti se si considera che Scillitani aveva “acquistato” le greggi della masseria reale di Tressanti in Capitanata gestita dai Cappelli i quali erano di antico lealismo borbonico, che si avvalsero di Colaiuda, Viola e Zeppetella per punire lo “sgarro” ad essi inflitto da un liberale dell’ultima ora che stava facendo fortuna. Il colonnello Lopez del Comando Superiore delle truppe nella zona militare dell’Aquila, nella relazione stilata il 22 di settembre 1865 per rispondere al violento attacco portato alle autorità militari per la mancata estirpazione del brigantaggio nella provincia dell’Aquila dal Presidente della Camera di Commercio ed Arti, in un passaggio della relazione così scrive: “Li misteri del Brigantaggio non giungeranno mai ad essere tutti conosciuti…!”, lamentandosi della mancata collaborazione in fase investigativa di quelle persone che in qualche modo possono dare informazioni utili. Come nel caso del clamoroso sequestro dell’ingegnere Cristoforo Sibilla delle strade ferrate da parte della banda Colaiuda, il 5 agosto 1865 tra l’Aquila e Antrodoco, dove dall’analisi di alcuni documenti emergono delle opacità e connivenze di chi era contrario alla ferrovia verso Terni e non verso Roma, come auspicavano gli ambienti mazziniani dell’Aquila. Altro esempio di manutengolismo e di strumentalizzazione dei briganti è quello del sequestro e omicidio dell’avvocato Ernesto De Angelis di Gagliano Aterno il 5 di settembre 1866, eseguito dalla banda di Vincenzo Vacca (alias Cannone) sui boschi del Sirente. (Pasquale Casale, Il Sirente crocevia di briganti, p. 31). Tale sequestro e omicidio fu tramato e finanziato ai briganti da un gruppo di possidenti, di imbroglioni e di usurpatori di terre demaniali che avevano raccolto la somma di 3000 ducati quale compenso da consegnare ai briganti. Questi mandanti trovarono terreno fertile per convincere la banda a tale operazione criminale: Cannone e compagni erano stati già denunciati dall’avvocato De Angelis per la rapina all’orefice Piccirilli. Nel maggio del 1868 il maggiore Generale comandante della zona del Sangro ed Avezzano Escoffier, volendo ad ogni costo portar colpi decisivi al brigantaggio, fa affiggere un manifesto contro il manutengolismo, che oggi diremmo di “alto bordo”, che si conclude in tal modo: “Il manutengolismo riprovevole sempre, è infame negli uomini ricchi e nel loro paese notabili; quando taluno di questi se ne rendesse colpevole, non solo ne ordinerei come ho detto l’immediato arresto, ma farei segno il suo nome al disprezzo ed all’indignazione dei suoi paesani” (Alessandro Clementi, Bollettino del Cai sezione dell’Aquila IV serie, n. 14 giugno 2005 p. 120).