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Il sequestro di don Luigi Gregori

Il sequestro di don Luigi Gregori

di Giuseppe Ranucci

Campolano è un piccolo paese del comune di Pescorocchiano, in provincia di Rieti. Situato a poche centinaia di metri dal lago Salto conta, attualmente, una decina di abitanti per lo più anziani. Diversa era la situazione nel periodo dell’unità d’Italia: il piccolo centro, posto nella provincia dell’Abruzzo Ulteriore II, era densamente popolato (circa duecento persone) e gli abitanti si guadagnavano da vivere lavorando i campi e allevando animali. I Gregori erano la famiglia nobile del paese e vivevano in un sontuoso palazzo eretto nel XVIII secolo, perfetto esempio di residenza signorile rurale. All’interno dell’abitazione c’erano superbe sale ben arredate, alcuni fucili appesi al muro, una cappella e la cantina con enormi botti che dovevano contenere vino sufficiente per i proprietari e le numerose persone poste al loro servizio. Il 14 agosto ricorre la festa del Santo Patrono che, a quell’epoca, costituiva un evento significativo e fortemente sentito dagli abitanti. Era l’anno 1864 e Luigi Gregori, il capofamiglia, dopo essere stato a passeggio elegantemente vestito per le vie di Campolano, entrò nella chiesa di Santa Maria, in tarda mattinata, per assistere alla solenne funzione religiosa. Era sorridente ed allegro, totalmente ignaro di quanto gli stava per accadere. Già perché il gruppo di briganti che formava la banda di Cartore, aveva da tempo progettato uno dei sequestri più temerari ed eclatanti di tutta la storia del brigantaggio postunitario, non solo per il numero di persone che vi parteciparono ma, soprattutto, per la perfetta tempistica e la spettacolarità dell’azione. La banda di Cartore si era costituita, nel settembre del 1862, dall’unione di alcune bande del Cicolano e dell’Aquilano, con insorgenti che provenivano anche dalla vicina Marsica. Le era stato conferito quel nome perché aveva stabilito il rifugio più usuale sulla montagna della Duchessa (adiacente al monte Velino) che si erge sopra il villaggio denominato Cartore. Ebbene il giorno 14 agosto, mentre Luigi Gregori si recava in chiesa, i briganti, dopo essersi appostati sopra al paese, entrarono in azione. A capo dell’operazione c’era Berardino Viola, nato il 24 novembre del 1838 a  Vallececa di Pescoracchiano, distretto di Cittaducale, provincia dell’Abruzzo Ulteriore II. Suo padre, Angelo Viola, era una guardia doganale e sua madre, Maria Rossetti, faceva la filatrice. Lo supportavano le bande aquilane di Giovanni Colaiuda e di Salvatore Sottocarao, alias Zeppetella, nonché quella di Domenicantonio Orfei, di Piagge di Petrella Salto. Vennero impegnati poco più di 20 briganti che, alle 14.00, irruppero nel villaggio armati fino ai denti. Una decina si sparpagliarono qua e là per il paese di Campolano, restando di vedetta mentre i rimanenti si mossero verso la chiesa. Di questi alcuni si posizionarono fuori della porta mentre Viola e Orfei entrarono nel tempio con aria minacciosa. Erano armati di pistola, Viola impugnava anche una grossa squarcina, arma da taglio che somiglia ad un grosso coltellaccio a lama larga e ricurva o, se volete, ad una piccola scimitarra. Con tono minaccioso intimarono ai fedeli di restare immobili e in silenzio. Nello stesso tempo rassicurarono il sacerdote che non gli sarebbe stato torto un capello. Ma già, i briganti erano timorati di Dio e, a loro modo, molto religiosi: non avrebbero mai fatto del male ad un sacerdote. Una volta, nel paese di Santa Maria del Sambuco, nei pressi di Fiamignano, avevano accompagnato la processione con una lunghissima scarica di colpi di armi da fuoco, in sostituzione dei fuochi pirotecnici. Individuato don Luigi Gregori, lo legarono e lo insultarono. Mentre il signorotto, terrorizzato e malconcio, veniva spintonato verso l’uscita, Viola si fece consegnare dal prete le chiavi della chiesa, intimando ai fedeli di non varcare la soglia. “Che nessuno sorta”, fu la frase da lui pronunciata. Uscito di chiesa Viola, dopo aver chiuso a chiave la porta, segnalò con un colpo di pistola la riuscita del sequestro, ma l’arma esplose, ferendo un brigante alla testa e il benestante don Berardino Brunelli di Santa Lucia, che era stato preso dalla banda come ostaggio, alla mano destra. I briganti, trascinando Gregori, si mossero quindi verso il suo palazzo. Luigi, ad un tratto, riuscì a divincolarsi e tentò un’improbabile fuga: ovviamente, legato com’era, venne subito ripreso, percosso e ferito con un colpo di baionetta ad una natica. Giunti davanti alla residenza nobiliare, discussero col fratello di Luigi, Filippo, per ottenere alcuni fucili, ma questi si rifiutò di consegnare le armi richieste. I briganti, allora, dopo aver consegnato ad un ragazzo la chiave della chiesa perché liberasse i fedeli, si dileguarono nella macchia circostante, trascinando con loro anche l’ostaggio. Per diversi giorni le guardie inseguirono la banda che, per depistarle, si spostava continuamente tra il monte Fratta ed il monte Nuria. Trascorsi 11 giorni in montagna e dopo il pagamento del riscatto, pattuito in 7.000 lire (anche se di ciò non si ha una documentazione ufficiale), don Luigi Gregori venne finalmente liberato sul monte Nuria, sopra l’altipiano di Rascino, nel comune di Fiamignano. Finì così, senza ulteriore spargimento di sangue, uno dei sequestri più rocamboleschi di quel periodo.  Dopo il rilascio, il Gregori, davanti al giudice Basile a Borgocollefegato (Borgorose), il 27 agosto 1864 fece la seguente dichiarazione: “Sono Luigi Gregori fu Giovanni di anni 51 nato e domiciliato in Campolano, celibe proprietario, possidente di lire sedicimila. Nel mattino del 14 corrente ed alle ore14 italiane, stava alla chiesa del Campolano aspettando la Messa, girando gli occhi intorno da un finestrino della sagrestia dove io mi trovava vidi il brigante Berardino Viola prendere verso la chiesa: di quella apparizione io ne tremai immaginandomi un danno di fatto intesi un bisbiglio in Chiesa, e quindi vidi entrare il Viola con altro suo compagno, che a quanto intesi era tal Orfei di Piagge, il quale con una lunga sguarcina in mano si diresse a me, e minacciandomi mi impose seguirlo e così passando pel tempio, il Viola imponeva al pubblico di non ammuoversi, e mi cavarono fuori, dove il Viola mi legò, e quindi sparò un colpo di pistola che ferì un altro brigante a lui vicino, e la mano di Berardino Brunelli di S. Lucia: nel prendermi il Viola mi disse “stai solo? ”. Dalla chiesa mi portarono vicino al portone di casa, serrando prima la chiesa mettendovi due Guardie. Sotto casa mia mi disse che voleva le armi, ed allora debbo dire che in tutto tra quelli accorsi al colpo della pistola, a quelli che vi erano prima, se contavano circa venti: io risposi che armi non ve n’erano, e dal bussare il portone si affacciò mio fratello Filippo, e disse, credendosi Forza Nazionale, che si avea la patente a ciò io gli feci un piccolo cenno di negare, ed il Filippo negò, Viola allora gli spianò il fucile, e lo stesso ritirassi e chiuse. In questo dissi al Viola che mi avesse lasciato se voleva danaro, e mi rispose “voglio la tua pelle”: così mi trascinò via, allontanandoci e prendendo la campagna: fuori dal paese si unirono tutti i briganti, che avendo incontrato Michele Proia lo fecero camminare innanzi a loro per un tratto ed indi lo lasciarono. Nel mentre andavano dal portone in campagna, Viola ci lasciò ed andò a riunire i compagni e a serrare la Chiesa definitivamente: in quanto mentre io cercai andare verso casa ed allora un brigante mi dette una puntata di baionetta alla natica sinistra e col fucile mi produsse la offesa che osservate e poi mi condussero via. In detto giorno fino alla sera di mercoledì 24 corrente all’incirca 23 ore e mezza, alla montagna Nuria verso Borgo Velino; in tutto questo tempo sono stato sempre da loro custodito e sempre varcando or l’uno or l’altro monte del Cicolano, prendendo Montefratta la prima sera, quindi per altri monti. I briganti cercavano di mandare dei biglietti di ricatti in famiglia ma non si presentavano occasioni; mi hanno rilasciato poi perché avevano veduto di non poter ricevere danaro, standola mia famiglia assicurata essendosene fuggita in Fiamignano. Quando mi presero nella sagrestia della Chiesa vi erano, per quanto ricordo Domenico Di Giuseppe e Francesco Di Giuseppe fratelli di Campolano i quali vidi. Testimoni di esistenza e mancanza non ne ho, ma sulla mia possidenza si possono sentire i due suddetti di Giuseppe, nonché i mugnai Michele e Giovanni Proia con questi ultimi feci l’immediato con questo appena giunto in paese. Dei briganti ne ho sempre contati ventuno, dei quali, ad eccezione del solo Viola nessuno ne ho conosciuto, posso dire però che uno di essi lo chiamavano Zeppetella ed era di giusta natura, giovine di età e non ricordo altre indicazioni, un altro che chiamavano Capo lo sapevamo Colaiuda, ed era alto complesso, barba nera, e bruno; quello che fu ferito avanti la chiesa era alto bruno con barba nera, un altro che sempre mi custodiva diceva chiamarsi Sabatino, ed era calabrese piuttosto basso, a barba nera non gli ho mai intesi nominare tra di loro, la parlatura e vestitura era alla nostrale, tutti di giovane età, chi più, chi meno alto, chi con barba, e chi senza, e tutti armati, tra la confusione e il timore non potrei darne alti connotati. Quelli che ho nominato ed anche tutti li riconoscerei benissimo rivedendoli, benché, per essere confusa la mente non potrei descriverli. Detta comitiva da quanto ho inteso è la solita che scorazza questi luoghi, dove dicesi farvi parte dei cicolani, dei tornimpartesi ed altri di vari paesi che non rammento. Nulla ho inteso parlando con essi né altro so da riferire alla Giustizia”. Subito dopo il sequestro i militari (36°fanteria) compirono numerosi arresti di contadini, carbonai e pastori accusati di aver aiutato i fuggitivi a nascondersi nei pressi di Casale Spaventa, località posta al confine tra il comune di Borgorose e quello di Pescorocchiano. Tutti gli arrestati furono rilasciati, per mancanza d’indizi, dopo oltre un mese di carcere. Berardino Viola e Domenicantonio Orfei vennero successivamente incriminati in contumacia ed accusati di “Comitiva armata, cattura e ferimento in persona di Luigi Gregori di Campolano ed in persona di Berardino Brunelli di S. Lucia di Campolano li 14 agosto 1864”. I sequestri di persona furono una delle forme di finanziamento alle quali gli insorgenti ricorsero per sopravvivere durante la clandestinità. Il brigantaggio postunitario è necessariamente associato a fenomeni di banditismo armato e organizzato, molto attivi nei territori del Mezzogiorno italiano, precedentemente amministrati dal Regno delle Due Sicilie. Del resto non poteva essere altrimenti. Coloro che scelsero la ribellione radicale, la contrapposizione frontale per cause molteplici e complesse che, certo, non possiamo analizzare in questa sede (onore, ingiustizie, miseria) dovettero obbligatoriamente porsi al di fuori della legalità. Lo stato unitario aveva disatteso le promesse e deluso le aspettative, aggravando un condizione di povertà e arretramento culturale largamente preesistenti nelle masse popolari. Come scrisse Giuseppe Massari, capo della commissione di inchiesta sul brigantaggio svolta nel 1836, nella sua relazione finale, “il brigantaggio diventava in tal guisa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche secolari ingiustizie”.