La capitolazione di Gaeta
Dopo lo scoppio della Cappelletti, della batteria Sant’ Antonio e lo sfondamento del Bastione San Giacomo, il Re si rese conto che la situazione era ormai gravissima ed ingestibile. Nonostante ciò, volle per una ultima volta riunire i suoi ufficiali per stabilire quanto ancora la fortezza avrebbe potuto resistere. Presero parte a questo incontro: il Generale Pelosi, il Generale del Genio Sanchez de luna, Wieland de Maner, comandante delle rimaste truppe svizzere, il Gen. Marulli, il Gen. Beneventano del Bosco, il Col. Gabriele Ussani con il con il suo comandante fronte di terra ed infine Rodrigo Afan de Rivera, direttore dell’artiglieria. Nonostante la situazione della Piazza di Gaeta, tutti dichiararono che si sarebbe potuto resistere ancora. La parola capitolazione non venne mai pronunziata. La situazione però si aggravava sempre di più e, a seguito di un bombardamento più intenso del solito, fu lo stesso Francesco a pensare ad una capitolazione.
Ormai la speranza di aiuti internazionali era definitivamente sfumata. Restavano la devastazione ela morte per la piazzaforte eroicamente difesa. Nel frattempo, era giunta una lettera dell’Imperatrice Eugenia, moglie di Luigi Napoleone, la quale facendo leva sulla sensibilità di Maria Sofia, consigliava di porre fine ad una situazione umanamente intollerabile ed inutile per tutti coloro che la stavano vivendo. Maria Sofia, molto sensibile verso l’immane tragedia che civili e militari stavano vivendo, si attivò verso il Re, a sua volta dubbioso sulla prosecuzione della guerra, affinchè si orientasse verso la tregua. Cominciarono le trattative con il comando piemontese. Ciò non fu facilitato dai cattivi rapporti tra il comandante Borbonico Ritucci e quello nemico Cialdini. Ad ogni modo, per facilitare le cose, il Generale Ritucci venne sostituito dal Generale Milon che prima di lui era stato Governatore di Gaeta per un migliore e più pacato intervento. Per questa delicata operazione fu incaricato il Ten. Col. Delli Franci, il quale avrebbe dovuto prima esplorare le possibili condizioni e poi gestire l’armistizio al meglio.
Le trattative iniziarono a Villa Caposele, a Mola di Gaeta (oggi Formia). Per i Piemontesi presero parte il Gen. Luigi Menabrea e il Col. Carlo Piola Caselli che, il 19 gennaio, aveva già proposto una resa respinta da Ritucci. Mentre si discuteva, i bombardamenti continuarono con la consueta intensità. Durante la notte del 13 febbraio la situazione peggiorò ulteriormente. Invece dicessare il fuoco per le trattative in corso, il nemico aumentò gli attacchi, incurante di qualsiasi atto di cavalleria e generosità verso una città semidistrutta e per le truppe che si stavano arrendendo. La difesa, ormai, per i borbonici sarebbe stata impossibile dal momento che le falle prodotte dai bombardamenti non erano più ripararabili sotto l’intensificarsi dei colpi, i quali centravano il tutto con enorme precisione dalla batteria Atratina. I cannonieri ed i loro ufficiali rimasero al loro posto senza poter far nulla, semplicemente ligi al proprio dovere. Il Cavour fece sapere al Gen. Cialdini che sarebbero stai offerti a Re Francesco molti denari qualora avesse rinunciato a qualsiasi diritto sul regno del sud. Naturalmente il Re non accettò tale offensiva offerta, anzi riuscì a non far rientrare nella capitolazione le fortezze di Messina e Civitella del Tronto, che con infinito coraggio ancora resistevano alla aggressioni del nemico.
Vennero sottoscritto un documento di 23 articoli riguardante il trattamento riservato agli ufficiali ed ai soldati dell’esercito napoletano dopo 18 ore di discussione. Per i Piemontesi firmarono i Generali Piola Caselli e Menabrea, per la Piazza di Gaeta i Generali Delli Franci, Pasca ed Antonelli, i quali lungamente avevano trattato con il nemico. La ratifica sul documento originale fu di Cialdini e di Milon.
Immediatamente il Cavour venne informato dal Cialdini con questo messaggio:” Gaeta è caduta. Domani alle 6 occuperò la Torre di Orlando con le sue fortificazioni e dopo la partenza della famiglia reale discenderò ad occupare la città. “Lo stesso annuncio venne inviato a Vittorio Emanuele con queste parole: ”La fortuna ha sorriso nuovamente alle armi italiane”. Poco prima di queste dichiarazioni, un’ultima inutile crudeltà venne perpetrata da parte del nemico. Una esplosione tremenda si verificò. Una colonna di fumo si profilò dalla estrema parte del “fronte di terra “ della Torre di Orlando. Un proiettile aveva colpito la polveriera della batteria Transilvania che conteneva 18 tonnellate di polveri. Morirono due ufficiali e 50 soldati insieme ad alcuni giovani allievi della Nunziatella accorsi per partecipare alla difesa di Gaeta e dei Reali. Insieme a loro la famiglia del guardiano del bastione. Una inutile crudeltà da parte dei fratelli che volevano liberare i fratelli. Un ultimo atto di una vicenda che si stava tristemente concludendo. A Franceso e Maria Sofia non rimaneva che lasciare Gaeta imbarcandosi sulla “Mouette”, nave francese che Napoleone III,” bontà sua” aveva lasciato a disposizione dei reali in caso di resa. Era il 14 febbraio del 1861. Il regno dell’Italia meridionale non era del tutto conquistato. Infatti, resistevano ancora la cittadella dei Messina e la fortezza di Civitella del Tronto. L’esilio dei Borbone erra iniziato.