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Il Brigante Chiavone (terza parte)

Il Brigante Chiavone (terza parte)

Per screditare Chiavone e le sue gesta sorsero molte dicerie, fra cui quella in cui si narrava che egli non marciasse alla testa dei suoi briganti, ma che restasse nelle retrovie aspettando la fine degli scontri per poi mostrarsi. Egli riceveva continui messaggi contenenti gli ordini del re e del comitato borbonico, che spesso non prendeva in considerazione perché si era montato la testa in un delirio di onnipotenza. Da combattente politico egli divenne pian piano un brigante sociale. Tutto gli era dovuto, compreso il denaro che ormai ammucchiava con ingordigia, proveniente dalla sovvenzioni borboniche, quelle pontificie e dai taglieggiamenti, regalandone una piccola parte a coloro che avrebbero potuto aiutarlo nelle sue imprese. Arruolava gente non sempre onesta, ma spesso sbandati privi di ideali. Aveva perso le dimensioni della realtà, ritenendosi l’unico in grado di poter ripristinare la monarchia nel sud. Alla banda di Chiavone si aggiunse un nuovo legittimista, Alfredo de Trazegnies, un marchese imparentato con la casa reale olandese il quale, non ancora trentenne, ricevette il titolo di colonnello da Francesco II°. Il marchese volle prendere parte all’insurrezione anti piemontese a favore della causa borbonica. L’ 11 novembre, insieme agli uomini di Chiavone, a tre giorni dal suo arrivo, assali San Giovanni Incarico, paese posto sulla linea di confine; i  briganti e Trazegnies presero il Castello di Isoletta. Il successo dell’impresa durò poco perchè il 43° reggimento di fanteria nemico, in piene forze, sconfisse gli insorgenti. Chiavone subì molte perdite, molti dei suoi chiavonisti vennero uccisi o fatti prigionieri, mentre il giovane marchese venne fucilato sul posto. Lo stesso Chiavone si salvò a stento. Sull’Alonzi pendevano 182 capi di accusa, ma lui non se ne curava; l’uomo non amava l’ intrusione dei legittimisti tra le sue genti, perciò si recò a Roma per trovare appoggi tra quei nobili napoletani che non simpatizzavano per gli ufficiali stranieri. Il suo intervento fu inutile perchè alla fine del 1862 giunse un altro legittimista: Ludwig Richard Zimmermann. Un legittimista, in verità, alquanto strano, la cui personalità ed i suoi gesti vennero messi in dubbio successivamente. Probabilmente si trattava di un avventuriero spinto più dalla simpatia per Francesco e Maria Sofia che dal legittimismo. Del resto la sua relazione con una donna di nome Maria, moglie di un collaboratore di Cavour, lascia pensare a sue pericolose confidenze sulle future imprese.  Potrebbe essere stato una spia. Dopo lunghe trattative con i briganti,  giunse a Scifelli, nei pressi del Monte Favone ove si trovava l’Alonzi. Entrarono immediatamente in collisione. In quel momento Chiavone aveva con se 400 uomini, due cannoni da montagna, 192 bombe e 200 granate. Zimmermann, da  ex ufficiale quale era, anche se giovanissimo voleva il comando delle operazioni, criticando le tecniche di guerriglia e di saccheggi del brigante. La mancata intesa fece perdere di vista il comune nemico, mentre man mano scemava la fortuna e il mito di Chiavone ed aumentava la diffidenza tra i due. Nel frattempo, il re inviò uno degli ufficiali più prestigiosi del tempo che aveva servito nell’esercito spagnolo carlista, un filo borbonico, Rafael Tristany, che avrebbe dovuto prendere il comando supremo delle operazioni belliche in modo più mirato. Anche tra Tristany e Chiavone non vi fu simpatia. Tristany disse di Chiavone: “E’ un pover’uomo che vanta la sua fedeltà alla causa borbonica, ma è incapace di difenderla, anzi la scredita…..”. Nel tornare a Roma lo descrisse come un uomo interessato a mantenere il propri  potere attraverso vendette, fucilazioni e saccheggi.

Tristany voleva a tutti i costi liquidare il brigante. Chiavone, sentendosi esautorato dal comando, tentò un’ultima impresa. Si unì ad un altro brigante, un tale Luca Pastore che operava nella zona della Maiella. Avrebbero voluto attaccare Castel di Sangro ed altri paesi. L’impresa non riuscì; Chiavone era fuggito mentre i suoi compagni morivano. Nel frattempo la sua stessa banda, per incomprensioni e litigi, si era divisa in più nuclei mentre l’Alonzi taglieggiava e terrorizzava la brava gente. Quando spavaldamente si ripresentò al cospetto di Tristany, quest’ultimo decise di giustiziarlo e Zimmermann ebbe l’incarico di occuparsene. Venne chiamato il tenente Batti per eseguire la fucilazione. Chiavone supplicò invano ma tutto fu inutile. Morì insieme al brigante Lombardo sotto il corpo del quale tentava di farsi scudo.

Il destino doveva compiere il suo corso. La sua buona stella lo aveva abbandonato. Era il 28 giugno 1862 nella valle dell’Inferno. Per lungo tempo molti non credettero alla sua fine ed il brigante entrò nella leggenda di cui ancora oggi gode.

Per quanto riguarda Tristany, gli si attribuì la stessa vigliaccheria di Chiavone. Anche lui non appariva mai in combattimenti frontalmente, ma sempre nella retroguardia se addirittura non trovavasi a Roma, con la scusa di prendere ordini dal comitato borbonico. Figura anch’essa ambigua, completamente diversa da quella del catalano Borjes.

(fine terza parte)